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martedì 11 ottobre 2016


LA PARABOLA DEL SEMINATORE
In quel tempo, poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché
vedendo non vedano
e ascoltando non comprendano.
Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.
Parola del Signore (+ Dal Vangelo secondo Luca)

Il nostro nuovo anno è iniziato così: Buon Volo, Buona Rotta, Buona Strada!





sabato 16 gennaio 2016


CHI NON VIVE PER SERVIRE
(di Paola Fedato)

“Quello che dovete sapere di me…” cominciano così le lettere che circa 900 tra i rover e le scolte che hanno partecipato alla Route Nazionale R/S  del 2014 hanno scritto per raccontarsi e che l’Agenzia “Codici” ha raccolto per provare a restituirci un quadro d’insieme di questa generazione di ragazzi. Sfogliando le pagine di questo straordinario esperimento narrativo ci si imbatte in passaggi davvero intensi che strapperebbero un sorriso soddisfatto anche al più severo capo clan e capo fuoco: 
“Mi piace essere scout anche senza uniforme, mi piace rendermi utile senza che nessuno sappia del mio gesto, mi piace sapere che quella persona alla quale ho fatto un favore o alla quale ho donato qualcosa, sorrida senza sapere il mittente. E forse è questo quello che ci contraddistingue dalla altre persone. Non che abbiamo super poteri, ma sicuramente forza e coraggio” (F. 18 anni, Lazio).
Quello che traspare da questa, come da molte altre citazioni, è il segno profondo che lo Scautismo lascia nella personalità di questi giovani uomini e donne che si scoprono felici di essere utili e coraggiosi nel perseguire il bene.
L’opportunità di incontrare, nelle parole che hanno scelto per raccontarsi, le storie personali di alcuni dei protagonisti della Route ha confermato una convinzione che ho maturato mettendo a confronto il mio servizio di capo fuoco con la mia esperienza professionale di educatrice ed insegnante. La proposta educativa dello scautismo offre ai ragazzi la possibilità di vivere esperienze autentiche di relazione e protagonismo che fanno crescere in loro un’apertura all’altro e un senso di responsabilità verso il mondo davvero fuori dal comune.
Il Servizio per loro non è semplicemente una porzione di tempo libero da dedicare al volontariato; per i rover e le scolte delle nostre unità il servizio è uno stile, una chiave interpretativa dell’esistenza, un valore fondante che può dare senso alle scelte di una vita.
“Il mio desiderio è aiutare gli altri, sfondando le barriere della povertà, delle intolleranze e delle ingiustizie. E se questo è il mio sogno sicura che tanti altri miei coetanei ne abbiano altrettanti” (F., 19 anni, Piemonte).

Per chi vuole leggere il resto l’articolo tratto dalla Rivista per Capi dell'AGESCI, n. 4/2015, "PROPOSTA EDUCATIVA" può cliccare nel link sottostante:


http://www.agesci.it/download/riviste/proposta_educativa/2015/2015-15-Proposta-educativa-4.pdf




giovedì 18 giugno 2015

                                "INSIEME SI FA"

La Comunità capi e i genitori: quale relazione?
Molto spesso, per un normale e buon Capo Scout, pensare a quale relazione avere con i Genitori dei ragazzi che segue può rappresentare un peso, un fastidio, una cosa in più. Ciò avviene perché la concentrazione è sul ragazzo, sulla relazione con lui/con loro, sulle attività che possano essere le più entusiasmanti e formative, per cui è comprensibile avere un’emozione negativa quando ci si deve interfacciare con i genitori. Quando poi questi presentano tutte le loro problematiche, le loro incertezze, i loro dubbi o le loro paure, si rischia anche di sentirli come nemici.
Eppure per capire i ragazzi e i loro comportamenti dobbiamo conoscere almeno un po’ il contesto da cui provengono; se vogliamo proporre attività entusiasmanti dobbiamo avere l’alleanza dei Genitori; se non vogliamo essere criticati, ostacolati, boicottati, dobbiamo essere in grado di saperci relazionare anche con loro.

                                 
 
Impegno per la Formazione
La Comunità Capi può avere un ruolo determinante nell’aiutare i Capi e gli Staff a migliorare nella loro capacità di comunicare agli adulti. Il collegamento con i Genitori riguarda sostanzialmente il “ricevere informazioni” sul ragazzo e il “dare informazione sul ragazzo e sulle attività”.
I momenti da progettare sapientemente sono gli incontri con i genitori di inizio, metà e fine anno, la preparazione delle esperienze forti dei campi estivi e/o invernali e come condividere con loro la nostra "Intenzionalità Educativa".

                                 

Intenzionalità educativa
Per far crescere la consapevolezza del "Valore Educativo del Metodo Scout" perché diventi sempre più intenzionale, è importante che a fronte di ogni attività che si propone si possa definire l’obiettivo educativo chiedendosi:
- Quali capacità del ragazzo sviluppa?
- A quali bisogni del ragazzo risponde?
In questo modo aumenterà la capacità di dare ragione alle nostre scelte educative, perché se siamo consapevoli della portata educativa delle nostre proposte allora siamo anche in grado di trasmetterle ai genitori e ciò favorirà l’alleanza con loro al nostro "Progetto Educativo" e li farà crescere perché
stimolerà anche loro a rispondere ai bisogni dei loro figli.

                                     
                                                    Campo Estivo 2014 Capo Comino
Impegno concreto
Per mantenere un collegamento e un’alleanza con i genitori in occasione di uscite e di campi è importante comunicare (mail) parallelamente al programma delle attività del giorno anche gli obiettivi educativi di quell'attività.
Primo obiettivo è che i genitori partecipino all’incontro. Per favorire questo facciamo in modo che sia sempre il ragazzo al centro.


Tratto da una articolo pubblicato sul n. 6 di "Proposta educativa" - Rivista per gli educatori dell'AGESCI - di Dario Seghi - Psicologo e Psicoterapeuta:

Per saperne di più:    http://www.agesci.it/downloads/proposta_educativa_2.pdf 

sabato 21 giugno 2014

CI VUOLE UN BEL CORAGGIO..... per fare i Capi Scout!



 Davvero ci vuole coraggio per fare i capi scout? 
Sì, anche se non ci viene spontaneo ricordarlo. Quando capita di porci la domanda “Ma chi me lo fa fare di fare il capo?!”, la risposta “Perché sono coraggioso” non è la prima che viene in mente. Epperò, tutte le altre risposte che ci diamo (“Perché amo il servizio”, “Perché educare è il mio modo per lasciare il mondo un po’ migliore” ecc.) a ben guardare hanno nel fondo quella motivazione di cui non sempre siamo consapevoli ma che è bene riconoscere: noi siamo capi perché siamo coraggiosi. Perché ci vuole coraggio a mettere tanto del nostro tempo (quindi tanta della nostra vita) a disposizione degli altri.

Ci vuole coraggio per “dare senza contare”
Senza contare le ore dedicate alle riunioni con i ragazzi, le serate passate agli incontri di staff, di Comunità Capi o in Zona, i giorni e le settimane intere impiegate per i campi delle unità, per le Route o per i Campi di formazione… Ci vuole coraggio per fare tutto questo anche quando l’entusiasmo si attenua e prevale la sensazione dello sforzo e della fatica. Allora, insieme al coraggio, vengono fuori anche il nostro carattere, le nostre convinzioni, la nostra tenacia… Ci vuole coraggio, a volte, per non mollare!



Ci vuole coraggio a fare gli educatori e a trasmettere i valori in cui crediamo quando tutto intorno a noi sembra “remare contro”; quando è chiaro che stiamo andando controcorrente e non sappiamo quanto i nostri sforzi riusciranno a orientare le scelte dei nostri ragazzi nella direzione che vorremmo.

Educare oggi significa far nascere nel cuore dei ragazzi e dei giovani l’urgenza di una prospettiva nuova, che li faccia guardare con fiducia al futuro e che li aiuti ad affrontare e a dare risposta a problemi e interrogativi che sanno di non potere rimandare all’infinito...
Ma per fare questo – oltre ad avere già percorso per primi la strada sulla quale si vuole guidare anche i nostri ragazzi e le nostre ragazze – ci vuole coraggio! Ed è un coraggio che i ragazzi e i giovani spesso non riescono a darsi da soli: occorre aiutarli, fare intravvedere la bellezza di un cammino che ha condotto noi e può condurre anche loro ad avere maggiore sicurezza, maggiore serenità vera, non la tranquillità ingannevole che viene dal non voler affrontare i problemi.



Ci vuole forse ancor più coraggio nel momento in cui l’essere capi credenti sollecita direttamente le nostre scelte in campo morale ed esige una coerenza talvolta non facile, che viene sentita come un peso insopportabile, perché ancora ci pone nella condizione di chi procede contro corrente.

A volte ci vuole il coraggio di portare il peso dell’incoerenza per potere proseguire nel cammino della fede, che è molto più grande e molto più luminoso di qualsiasi contraddizione.
Ed è importante che i ragazzi percepiscano, accanto alla nostra debolezza, anche tutta la forza del coraggio che ci rende perseveranti. Perché questo coraggio è contagioso e aiuta ad avere la forza della sincerità e dell’impegno, con tutta la fatica che questo può comportare.





"Ci vuole coraggio a fare i capi, certo. Ma guai a fare i capi senza coraggio: saremmo inutili e persino dannosi."

Stralci dell'articolo dell'articolo di Claudio Cristiani, componente della Redazione di "Scout Proposta Educativa" (Periodico dei Capi educatori dell'AGESCI) - Pubblicato sul N. 2/2014 della rivista.

Per chi volesse leggere tutto l'articolo...... ecco il Link - http://www.agesci.org/downloads/pe_2_2014.pdf



giovedì 13 febbraio 2014

"Dallo Scoutismo indicazioni utili per come deve cambiare la Scuola per formare i leader di domani"


Gli atteggiamenti di partecipazione civica e di leadership si apprendono con l’esperienza, lo dimostra un recente studio che confronta la realtà della Scuola Italiana con quella dello Scoutismo. 


            In questa prospettiva, si colloca una Ricerca effettuata da Emiliane Rubat du Merac* che ha coinvolto 600 studenti e 231 ragazzi scout, frequentati il biennio della scuola secondaria di secondo grado a Roma, che ha lo scopo di identificare quali aspetti del contesto scuola favoriscano la formazione della leadership. 
Con leadership intendiamo un processo che coinvolge sia il leader sia gli altri membri del gruppo, implica valori, abilità e competenze, che vengono appresi, ed è generatore di cambiamenti positivi.
            


SCOUTISMO METODO ATTIVO

            Il lavoro di ricerca confronta la realtà della Scuola Italiana con quella dello Scoutismo, perché il metodo scout si propone di sviluppare nei ragazzi leadership e valori morali attraverso "metodi attivi".
             Dalla lettura dei dati risulta che, nel confronto, gli scout ottengono medie più alte in tutte le scale di leadership e queste differenze sono statisticamente significative. Le dimensioni che differenziano di più i due gruppi sono, il valore attribuito alla cittadinanza attiva, la collaborazione, la capacità di gestire il disaccordo e la capacità di guidare altri. 
             Questi atteggiamenti implicano valori morali quali il rispetto, il senso di responsabilità e affidabilità, la capacità di organizzare il lavoro e di motivare gli altri.




ORGANIZZAZIONE E CLIMA SOCIALE


             I risultati dell’indagine indicano che i due contesti (scuola e gruppo scout) sono percepiti in modo diverso dai due gruppi, soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione e il clima sociale:

  • Gli scout avvertono un rapporto di fiducia e stima reciproca con gli educatori, sentono di far parte di un gruppo dove le proposte sono accolte, dove vengono presentate cose stimolanti e affidate responsabilità. 
  • Gli studenti hanno una percezione del contesto meno positiva, il lavoro è soprattutto individuale, le occasioni di attività che creano coesione e collaborazione sono limitate. 


SCOUT PIU' RESPONSABILI

                   Più dell’80% degli studenti dichiara di non avere avuto responsabilità a scuola, gli altri parlano di esperienze a volte poco rilevanti o remote (capo classe alle elementari, responsabile delle luci per uno spettacolo, raccolta di soldi per una gita, ecc.).
Tuttavia, sebbene le responsabilità conferite agli studenti siano di relativo valore, il solo fatto di averne avute ha un impatto, statisticamente significativo, sui valori e capacità di leadership. 
                  Gli scout, invece, hanno avuto quasi tutti esperienze di responsabilità (l’83% come caposquadriglia o vice) che comportano la guida di un gruppo di ragazzi. 


I RISULTATI

Dai primi risultati emerge la necessità di rivedere il modello organizzativo della scuola, che lascia margini molto esigui a una didattica attiva, alla partecipazione e alla responsabilità.
Il confronto con lo Scoutismo indica che esistono modelli dai quali è possibile trarre indicazioni per ottenere risultati nella preparazione dei giovani a essere cittadini attivi e leader responsabili.


* Laureata in Pedagogia e Scienze dell'educazione (Università di Roma la Sapienza) e in Psicopedagogia (Università Psicopedagogica di Mosca-MGPPU), sta completando il dottorato di Ricerca in Pedagogia presso l'Università degli Studi di Roma Tre. Collabora per la ricerca con la Loyola University di Chicago e con le Università di Porto e di Mosca.

Per saperne di più:

http://www.educationduepuntozero.it/organizzazione-della-scuola/come-deve-cambiare-scuola-formare-leader-domani-4093744411.shtml

http://www.educationduepuntozero.it/organizzazione-della-scuola/leadership-collettiva-strategie-attuare-scuola-4093115591.shtml



venerdì 17 gennaio 2014

Gli scout dell’Agesci sull’Evangelii Gaudium:

«Francesco ci chiama a essere veri educatori»
L’Evangelii gaudium sollecita l’identità più profonda dell’Agesci e rilancia a guide e scout cattolici italiani la sfida di sapere essere autentici educatori in ascolto del mondo con i suoi rapidi cambiamenti. Un ascolto che fonda quella pedagogia del "fratello maggiore", fatta di condivisione e accompagnamento, in sintonia con il "carisma" dell’associazione. Ne sono convinti Marilina Laforgia e Matteo Spanò, presidenti del Comitato nazionale dell’Agesci.


Che cosa vi ha colpito dell’esortazione apostolica di papa Francesco come scout e guide?

La Evangelii gaudium nella sua interezza e sin dalla introduzione ci "colpisce" e ci interpella. Tuttavia, forse prima che altri richiami, l’affermazione «i laici sono l’immensa maggioranza del popolo di Dio» da un lato sollecita la memoria delle motivazioni e delle riflessioni che hanno condotto l’Agesci, a partire dal 1976, ad assumere un ruolo attivo e propositivo nell’ambito del laicato cattolico e quindi della Chiesa italiana e dall’altro rafforza la consapevolezza di quanto l’Agesci possa fare nella e con la Chiesa per il mondo contemporaneo, nell’evangelizzazione di una società che si va trasformando a una velocità finora impensabile.



Vi sentite coinvolti quindi soprattutto nell’invito a una nuova missionarietà?
Sì, l’immagine missionaria della Chiesa, come Chiesa "in uscita", comunità di discepoli che prendono l’iniziativa, che accompagnano, che fruttificano, che festeggiano, esalta, in maniera sorprendente per noi, alcuni aspetti della nostra pedagogia e illumina il valore di alcuni fondamenti e strumenti del metodo educativo dello scautismo (pensiamo, per esempio, allo «spirito dell’impresa» che caratterizza la vita delle squadriglie di esploratori e guide). Nel richiamo a essere «realisti, ma senza perdere l’allegria, l’audacia, la dedizione piena di speranza» riconosciamo l’immagine delle Sentinelle di positività che abbiamo scelto di incarnare - a partire dal Progetto nazionale che sta orientando il cammino dell’Agesci in questi anni - per stare da cristiani nelle città, da educatori che accompagnano i piccoli e i giovani a riconoscere strade e prospettive per il futuro, e che a loro devono insegnare la forza della speranza e il coraggio della fedeltà.



(Intervista di Matteo Liut tratta dal sito del quotidiano L'Avvenire del 17.1.2014)


Il testo dell'esortazione apostolica di Papa Francesco "Evangelii Gaudium"

lunedì 23 dicembre 2013

AUGURI DI NATALE E FELICE ANNO NUOVO


                                        La Comunità Capi


               “Natale è vicino. In questi giorni che precedono la nascita del Signore la Chiesa, come Maria, è in attesa di un parto. Anche Lei sentiva quello che sentono tutte le donne in quel tempo. Sente queste percezioni interiori nel suo corpo, nella sua anima che il figlio sta arrivando. Maria sente nel cuore che vuole guardare il volto del suo Bambino.   Noi come Chiesa accompagniamo la Madonna in questo cammino di attesa e quasi vogliamo affrettare questa nascita del Signore. Tutti i giorni dell’Avvento noi, la Chiesa, come Maria, siamo vigilanti nell’attesa. E la vigilanza è la virtù del pellegrino. Noi tutti siamo pellegrini! E mi domando: siamo in attesa o siamo chiusi? Siamo vigilanti o siamo sicuri in un albergo, lungo il cammino e non vogliamo più andare avanti? Siamo pellegrini o siamo erranti? Per questo la Chiesa ci invita a pregare questo 'Vieni!', ad aprire la nostra anima e che la nostra anima sia, in questi giorni, vigilante nell’attesa. Vigilare! cosa succede in noi se viene il Signore o se non viene? Se c’è posto per il Signore o c’è posto per feste, per fare spese, fare rumore … La nostra anima è aperta, com’è aperta la Santa Madre Chiesa e com’era aperta la Madonna? O la nostra anima è chiusa e abbiamo attaccato sulla porta un cartellino, molto educato, che dice: 'Si prega di non disturbare'!”
                         
                                                                                      Papa Francesco

venerdì 13 dicembre 2013

UN CALCIO ALL'IMPOSSIBILE: EDUCARE AGLI AFFETTI



Fra le tante sfide dell’educare “all’uomo e alla donna della partenza” oggi, forse la più difficile, è quella che riguarda le relazioni interpersonali e l’affettività. Pedagogisti, sociologi, genitori, insegnanti, la Chiesa stessa, si interrogano su come aiutare i ragazzi a crescere in modo sereno e realizzante in quest’ambito.
L’Agesci ha una esperienza molto ricca al riguardo (molti contributi si trovano raccolti nel Quaderno “non è solo stare insieme” [1] e una riflessione aggiornata è anche nel “Progetto Nazionale 2012-2106 [2]) perché lo Scautismo fin dai primi passi, con B.-P. volendosi occupare di crescita “globale” della persona ha affrontato in modo diretto e coraggioso questo tema. 
                      Nella pratica è interessante vedere come molte delle attenzioni e stili di vita quotidiani dello Scautismo risultino utili ed “efficaci” per combattere molti dei problemi del mondo di oggi che rendono difficile ai ragazzi uno sviluppo sereno della propria affettività.


                   
 Se i problemi di oggi sono la paura di sbagliare, la competizione sfrenata, la sfiducia nel futuro e nella costruzione graduale di un progetto (compreso quello di coppia), la difficoltà a vivere il corpo con serenità, la ricerca di tante relazioni, la difficoltà ad investire davvero in alcune significative... beh ecco che attraverso il gioco, l’attività manuale, la vita all’aria aperta, l’educazione alla fatica ed alla gradualità nel raggiungimento di un obiettivo (l’impresa, la route), attraverso l’attenzione alla salute e allo stile essenziale, con la vita di comunità e la responsabilità verso gli altri ... con tutte queste attenzioni “naturali” per lo Scautismo è possibile aiutare in modo concreto i ragazzi a crescere e a costruire una immagine di sé positiva – base fondamentale per l’accettazione serena dell’altro.



Articolo di Stefano Costa -  tratto dal n.4/2013 "Proposta Educativa" (Rivista per i capi)

(L'articolo integrale potrà essere visto nel link sottostante)







venerdì 15 novembre 2013

I CAPI SCOUT DELL'AGESCI SI RADUNANO PER IL CONVEGNO FEDE: "Voi chi dite che io sia?"





«La società italiana sta vivendo mutamenti culturali profondi, che riguardano anche la fede. La famiglia non sembra più capace del primo annuncio evangelico, e anche la prospettiva multireligiosa è una novità per il Paese: sentiamo il bisogno di sperimentare linguaggi nuovi nella trasmissione della fede».

Così Marilina Laforgia, presidente del comitato nazionale di Agesci (Associazione guide e scouts cattolici italiani), spiega perché dal 15 al 18 novembre 2.500 capi scout si radunano per il convegno Ma voi, chi dite che io sia?

Qual è l’obiettivo dell’incontro?

«Aiutare i capi a stare nella complessità del cambiamento. L’urgenza è far sì che Cristo continui a interrogare i giovani di oggi».

In Italia (dati Iard) solo il 15 per cento dei giovani fra i 18 e i 29 anni si dice praticante. È proprio vero che la fede non interessa più?

«Nel nostro lavoro con bambini e ragazzi fra gli 8 e i 20 anni troviamo ancora fedi profonde, radicate. Un immenso potenziale di bene anche per il futuro della Chiesa: bisogna solo dare ai giovani occasione di esprimersi. Nei confronti dei ragazzi Agesci ha poi una grande potenzialità: siamo percepiti come un’associazione primariamente laica, anche se siamo saldamente inseriti nel tessuto ecclesiale».

Come si trasmette la fede con il metodo scout?


«Il metodo scout è esperienziale: sperimentiamo la fede con l’esperienza, attraverso la scoperta, il contatto con il creato, le relazioni e l’ascolto. Il cammino di spiritualità accompagna ogni nostra attività, tant’è che molta terminologia Agesci, dal capitolo al noviziato alla veglia, richiama la vita monastica. Utilizziamo poi la pedagogia della gioia, la forza della squadriglia in cui i più grandi aiutano i più piccoli. Ancora, la strada è l’immagine stessa della vita e del maturare gli atteggiamenti che costituiscono la vita del cristiano: il sentirsi sempre in cammino cogliendo ciò che è essenziale, il non sentirsi “padroni della propria vita” ma persone responsabili e capaci di dono, ascolto e scelta».



Vivere la fede in una dimensione comunitaria è un sostegno per i ragazzi?

«Certo, la dimensione della comunità in cammino, che è poi paradigma dell’ecclesialità, dà forza e orienta il singolo. Viceversa, il gruppo trae forza da ciascun membro».

Prevedete riti che scandiscono la vita di fede dei ragazzi?

«Ogni momento di passaggio all’interno del cammino scout ha un grande significato spirituale e di crescita interiore. La Partenza, il momento in cui il giovane decide che è pronto a lasciare la comunità e vivere in pienezza i valori della fede, della scelta politica (l’impegno come cittadini attivi) e del servizio, è esemplare. Ma anche quando, a 11 anni, il lupetto diventa esploratore, sperimenta un momento di sintesi del proprio vissuto e accoglie l’azione di Dio nella propria vita».

Quali sperimentazioni di trasmissione della fede state portando avanti?


«Ad oggi la narrazione, ovvero lo sperimentare come la fede sveli il racconto autentico della nostra vita. La Bibbia, in fondo, è la grande biblioteca della storia dell’uomo e della sua ricerca di Dio. Quando gli educatori condividono il racconto della propria fede, i giovani sentono che quanto viene narrato li riguarda direttamente. Narrando si scatena stupore, perché nella narrazione si producono nel piccolo le cose meravigliose che vengono promesse, e si sollecita la decisione, il coraggio di riorientare la propria vita».

Ad accompagnare i ragazzi sono gli assistenti ecclesiastici ma anche, e innanzitutto, i capi...

«Ci sono sacerdoti che hanno lasciato un’eredità spirituale e culturale enorme allo scautismo. Mi riferisco ad esempio a don Andrea Ghetti, protagonista dello scautismo clandestino (il fascismo impose l’abolizione dello scautismo, ma alcuni giovani portarono ugualmente avanti il proprio impegno di educatori, ndr), a don Giorgio Basadonna, che ha ideato la spiritualità della strada, e, più di recente, a don Peppe Diana, in prima linea nell’educazione e ucciso dalla camorra».

Cosa chiedete ai capi, in ambito fede?

«Di essere testimoni di speranza, persone disposte ad accrescere la propria fede e a capire come meglio suscitare la fede nelle nuove generazioni».

Come si pone Agesci nei confronti di ragazzi di altre fedi o non credenti?

«Accogliamo tutti, ma non rinunciamo all’annuncio del Vangelo».

Nel 1986 Giovanni Paolo II partecipò alla Route nazionale Rover e Scolte (17-20 anni) dei Piani di Pezza, in Abruzzo. Cosa ha lasciato quell’incontro?

«Un grande senso di appartenenza reciproca fra gli scout e la Chiesa. Ricordo il momento in cui mettemmo il fazzolettone scout al collo del Pontefice: in quel modo, simbolicamente, Giovanni Paolo II abbracciò gli scout, e gli scout confermarono il loro far parte della comunità cristiana, in un reciproco farsi carico del cammino della Chiesa».



Ad agosto 2014 si terrà una nuova Route nazionale, inviterete papa Francesco?

«Le parole di Francesco ci interpellano ogni giorno... Certo che l’abbiamo invitato, speriamo con tutto il cuore che possa esserci».


CREDERE N.33 - 17/11/2013
Testo di Laura Bellomi
Foto di Francesco Caocci

giovedì 5 settembre 2013

LA FORZA DELLA PREGHIERA UNIVERSALE

SABATO 7 SETTEMBRE DALLE ORE 21 NEL SAGRATO DELLA BASILICA DI BONARIA

Per accogliere l’invito del Santo Padre e per unirci alla preghiera che Lui presiederà sabato 7 sera in Piazza San Pietro, ci ritroveremo anche noi in quella stessa sera a partire dalle ore 21.00 davanti alla Basilica di Bonaria, proprio là dove Papa Francesco celebrerà il Sacrificio eucaristico domenica 22 settembre.



Viviamo tutti con sofferenza e preoccupazione le tante situazioni di conflitto che sono in atto in molti luoghi, in particolare la grave situazione che si sta sviluppando in Siria.
Accogliamo con slancio il forte appello per la pace che Papa Francesco ha rivolto a tutti durante la preghiera dell’Angelus di domenica scorsa: alla Chiesa, ai cristiani non cattolici, agli appartenenti ad altre religioni, a tutte le Chiese particolari, a coloro che non credono, agli uomini di buona volontà.
«Vogliamo un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di pace».
Come parte viva della Chiesa, invitiamo tutti i capi e le capo e i ragazzi delle nostre unità a vivere il 7 settembre prossimo una giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente, e nel mondo intero, così come ci esorta il Papa.

Marilina Laforgia e Matteo Spanò - Presidenti del Comitato nazionale AGESCI
Padre Alessandro Salucci o.p. - Assistente ecclesiastico generale
Rosanna Birollo e Giuseppe Finocchietti - Capo Guida e Capo Scout



Il più grande atto profetico che papa Francesco ha compiuto fino a oggi. Così, Enzo Bianchi, priore della Comunità monastica di Bose, interpreta la decisione del Pontefice di indire una giornata universale di preghiera e di digiuno per la Siria, sabato 7 settembre.
  • La preghiera per noi cristiani è una forza politica nella storia. Rappresenta il nostro grido a Dio affinché intervenga sulle azioni degli uomini. Ma allo stesso tempo è anche un'assunzione di responsabilità da parte degli uomini. Noi, infatti, definiamo la preghiera intercessione: quando preghiamo intercediamo, ovvero facciamo un passo avanti, un gesto concreto e attivo laddove c'è la guerra, la sofferenza, la divisione, l'odio. 
  • La pratica del digiuno rappresenta la presa di coscienza che il nostro corpo non ha bisogno solo di cibo. Significa imprimere nella nostra carne in modo chiaro che l'uomo non vive solo di pane, ma anche di pace, amore, fratellanza, bene comune. Il pane e il benessere non sono sufficienti. Il digiuno ci fortifica e ci disciplina attraverso il dominio della fame. Vissuto come un gesto collettivo, diventa un atto di responsabilità di tutta la comunità. Il digiuno, come la preghiera, è presente in tutte le religioni, dall'islam all'ebraismo. Nel richiamo del Pontefice acquista un valore universale: papa Francesco ha infatti invitato alla giornata di preghiera e digiuno tutti gli uomini di tutte le fedi, anche i non credenti. Ha reso un servizio all'umanità intera. E anche i non credenti hanno risposto al suo invito.

mercoledì 21 agosto 2013

EDUCARE ALLA VITA BUONA DEL VANGELO

"A cinquanta anni dall'inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II, vogliamo raccoglierne lo Spirito: riscoprire la più profonda e autentica tradizione cristiana e trovare le forme più capaci di comunicare questa tradizione agli uomini e alle donne di oggi".



Con la Chiesa Italiana vogliamo raccontare “La Vita Buona del Vangelo”,
per lasciare che lo Spirito susciti uomini e donne nuovi, capaci di una parlata nuova che sappia narrare con credibilità il Vangelo di Gesù Cristo, 
iniziare alla vita cristiana, far crescere nella fede, rispondere alla domanda che interroga noi, come i discepoli stessi di Gesù: “Ma voi che dite che io sia ?”


VERSO IL CONVEGNO FEDE 2013

Per questo l’AGESCI ha deciso di impegnarsi in un "Convegno Fede" che vedrà presente i capi dell'Associazione in tre diverse città italiane, al Nord (Trento), al Centro (Loreto), al Sud (Catania), nei giorni 15, 16 e 17 novembre 2013, 
riuniti sotto il motto evangelico: "Ma voi chi dite che io sia? (Lc 9,20).”


Per prepararci a questo evento il Gruppo sulle Tracce dell'AGESCI ha preparato un sussidio allo scopo di sviluppare una riflessione su alcuni dei principali argomenti delineati dagli "Orientamenti Pastorali della CEI per il 2010 - 2020", che toccano da vicino 
la nostra sensibilità di educatori.

Di seguito l'indice degli argomenti contenuti nel sussidio che saranno di utile supporto per la riflessione personale dei singoli Capi e delle Comunità Capi.



Pensiamo però che lo stesso sussidio possa essere utile anche a tutti i genitori, "Primi Educatori" dei figli. Trovate in calce il link che vi permetterà di accedere allo stesso ed approfondire gli argomenti in parola.






martedì 6 agosto 2013

CAMPO ESTIVO 2013 "CAGLIARI 4" - "ELMAS 1"


IL CAMPO ESTIVO

Il Campo Estivo, momento privilegiato della squadriglia e della vita di tutto il reparto, risponde alle esigenze dei ragazzi che chiedono autonomia, avventura, condivisione; risponde inoltre all’offerta di momenti educativi anche per quanto riguarda bisogni meno espressi. Il campo è un banco di prova per i ragazzi per quanto riguarda:
• le capacità tecniche maturate;
• i rapporti vissuti;
• l’autonomia raggiunta dalle squadriglie;
• la gestione delle attività;
• lo spirito di adattamento all’ambiente circostante. 

Il reparto vive questo momento curando che le attività e le tradizioni siano vissute con serietà, essenzialità, divertimento, nello stile di impresa che caratterizza tutta la durata del campo.





IL TERRENO DEL CAMPO ESTIVO


VITA COMUNITARIA
La comunità è un bisogno del ragazzo e della ragazza; essa li aiuta a vivere e sperimentare l’autonomia, ad acquisire la capacità di animare gli altri ed è occasione di costante confronto.
La proposta offerta agli esploratori e alle guide è rivolta quindi a tutto ciò che li aiuta, giocando, ad osservare, scegliere, sperimentare, verificare.
La squadriglia, in particolare, e il reparto sono i luoghi privilegiati per l’esperienza comunitaria offerta ad esploratori e guide.



EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA
I ragazzi e le ragazze in età di reparto sono caratterizzati da uno spiccato bisogno di autonomia e indipendenza da tutto ciò che è “istituzione”.
Inizia in questa fase il cammino che li aiuterà a scoprire e sperimentare l’appartenenza ad una comunità sociale che supera i confini del proprio nucleo familiare e della propria realtà. Comincia a svilupparsi la coscienza dei principi che regolano la vita sociale, per divenire soggetto capace di assumersi la responsabilità del proprio agire: ciascuno, secondo le proprie possibilità, è chiamato a fare la sua parte per il bene di questa comunità.


EDUCAZIONE AMBIENTALE
La natura è l’ambiente privilegiato in cui far vivere il maggior numero di attività ai ragazzi e alle ragazze del reparto, in cui sperimentare lo spirito di avventura, la curiosità dell’esplorazione e il gusto della sfida. Aver colto la natura come creato e quindi come dono gratuito di Dio educa alla consapevolezza di esservi inseriti non come padroni, ma come ospiti che devono rispettare e custodirne i ritmi e la storia, coscienti di esserne corresponsabili con le generazioni passate e future.



IL GIOCO
Lo spirito del gioco avventuroso pervade tutta la vita del reparto, coinvolgendo ragazzi, ragazze e capi, così da finalizzare ogni attività a uno scopo appassionante, educando al senso della gratuità inteso come operosità gioiosa e disinteressata. È lo stile con il quale vengono affrontate anche le difficoltà.




EDUCAZIONE ALLA FEDE
L’annuncio del Vangelo anima e sostiene l’intera proposta educativa dell’Agesci. Le attività dell’unità, il clima in essa creato, lo stile e l’atteggiamento dei capi costituiscono un luogo privilegiato per l’incontro personale con Dio e per il cammino di fede del ragazzo e della ragazza.


ABILITÀ MANUALE

L’acquisizione e l’esercizio della manualità è un elemento essenziale nel percorso educativo degli esploratori e delle guide. Fare le cose con le proprie mani sviluppa l’abitudine all’autonomia, educa alla valorizzazione di ciò che si possiede, stimola la creatività sia nelle progettazioni che nelle realizzazioni concrete.


AMBIENTE ACQUA
“Ogni ragazzo ha il desiderio, in un momento o nell’altro durante la sua adolescenza, di evadere sul mare. Ebbene, noi gli diamo i mezzi per diventare un navigatore e un avventuriero, sia pure in scala ridotta, e quindi egli acquista, grazie al suo entusiasmo, molte virtù sul piano fisico, mentale e morale (B.-P.).

Questo ed altro ancora hanno vissuto i 36 componenti delle "Ciurme del  Capitano Jack Sparrow" e i 10 componenti dello staff in questi nove giorni di campo!

venerdì 28 giugno 2013

CAMPO ESTIVO 2013


E' iniziato il conto alla rovescia! 
Tra 28 giorni il Reparto "Baia delle Mangrovie" mollerà gli ormeggi per una nuova "Avventura" ai Confini del Mondo!


Preparatevi, perché molto presto riceverete notizie dal Capitano Jack Sparrow per un incontro che vi porterà a conoscenza del luogo, della logistica e .............  del "CAMPO ESTIVO 2013"!


sabato 1 giugno 2013

L’educatore al tempo dei social network (Federico Badaloni)


Federico Badaloni, come giornalista e architetto dell’informazione si occupa della struttura, delle funzionalità, dell’usabilità e dei percorsi di navigazione nei siti del Gruppo Editoriale L’Espresso. Dal 2013 è presidente di Architecta, la Società Italiana di Architettura dell’Informazione.




Quali sfide pongono i social network a chi svolge un ruolo di educatore? Quali opportunità ci sono?

Questo il tema dell’incontro al quale è stato invitato a partecipare Federico Badaloni (capo scout), dai Responsabili Regionali dell'AGESCI e rivolta ai Capi dell'Associazione, 
nell'ambito di una tre giorni dedicata alla Comunicazione.

In sintesi, Federico Badaloni ha parlato della necessità di educare a:

- essere autentici
- scegliere cosa buttare
- scegliere cosa vivere nel “mondo fisico”



Essere autentici

Per tutta la fine degli anni novanta e un po’oltre, si è pensato e scritto spesso che la rete fosse un luogo di rappresentazione del sé. Uno schermo sul quale fosse possibile proiettare un’immagine distorta a piacimento della propria identità (età, sesso, orientamento sessuale, professione, curriculum, eccetera). Molti pensano ancora che sia così, soprattutto coloro che per paura o pigrizia non si sono mai decisi a vivere nella rete e al massimo si limitano ad usarla.

Il succo è questo: la rete contemporanea ci obbliga alla autenticità non solo all’interno di essa, ma anche al suo esterno (finché ha ancora senso parlare di “rete” e “non rete”, cioè per poco tempo ancora). Perché il mondo fisico è diventato poroso, permeabile al mondo digitale attraverso tutti i suoi prolungamenti e innesti, dai telefoni ai palmari, dai tablet alle paline degli autobus, come ci insegnano Luca Rosati e Andrea Resmini nel loro ultimo libro.



Scegliere cosa buttare
Ho amici che conservano tutto. Ogni foto, ogni minuto girato dalla loro telecamera. Non importa se la foto è bella o brutta, non importa se il filmino è venuto male. Tanto c’è spazio. Ecco, il punto è questo: lo spazio. Il problema delle generazioni pre-digitale era “cosa vale la pena tenere”. Oggi apparentemente questo problema è scomparso. Lo spazio digitale sembra infinito.

Scegliere cosa buttare equivale a scegliere cosa trasfigurare. Questa è l’attività principale della “memoria poetica”. Cioè l’idea che oltre ad una “memoria dei fatti”, ognuno di noi elabora il passato attraverso una memoria particolare, in grado di associare significati ai gesti apparentemente insignificanti, di collegare gesti lontani fra loro in un unico disegno.

L’esercizio della memoria poetica è fondamentale per la nostra sopravvivenza, ma questa memoria rischia di essere uccisa dallo specchio costante dei fatti registrati nella loro nudità, nella loro essenzialità non-poetica, in una timeline di Facebook.

Oggi gli educatori sono dunque chiamati a salvare la capacità di elaborare poeticamente i fatti.





Scegliere cosa vivere nel “mondo fisico”

La rete consente di vivere i rapporti con le persone a cui siamo più legati in maniera più continua e per certi versi più profonda (la scrittura, anche quella che si svolge nella “oralità scritta” di una chat, obbliga a un tempo di riflessione maggiore dell’oralità).

Scegliere cosa vivere in modo analogico vuol dire educare alla bellezza del limite, alla bellezza della finitezza in un mondo in cui i ragazzi la percepiscono unicamente come un ostacolo.

Sono sfide fondamentali soprattutto se vogliamo viverle come un’occasione di dialogo. Di crescita e di cambiamento sia per chi educa sia per chi viene educato. Se vogliamo veramente, come dice Robert Baden Powell, fondatore del movimento Scout, “lasciare il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato” dobbiamo capire che oggi “il mondo” è accresciuto dalla nuova realtà e dalla nuova dimensione rappresentata da internet e dalla comunicazione digitale in genere.

Ed è in questa realtà, in questo luogo che vivono i nostri ragazzi. 
Parliamo con loro nella rete, della rete e del mondo fisico. 
Non lasciamo che i pregiudizi o l’ignoranza ce lo impediscano.


Per approfondire:
http://federicobadaloni.blog.kataweb.it/snodi/001283/leducatore-al-tempo-dei-social-network.html